Africa. La terra delle immagini viventi che ci obbligano a pensare: una testimonianza


L’Africa... l’Africa.

Si fa presto a dire Africa. Bisogna venirci in Africa, nell’Africa vera; bisogna viverla l’Africa.

L’Africa non è il villaggio a Zanzibar o il safari in Kenya o il tour delle città imperiali del Marocco. L’Africa è il paese dei mille colori, della musica ovunque, delle chiese piene alla domenica perché tutti, dico tutti, una religione ce l’hanno dentro; e qui di religioni ce ne sono tante. E’ forse la necessità di credere a qualcosa di più grande anche perché non sembra possibile che l’esistenza possa essere limitata a questa terra improduttiva e a questo vivere in povertà… ci DEVE essere qualcosa di più grande per cui vivere.

Questa è la terra delle immagini viventi che ci obbligano a pensare: bambini sporchi e affamati, case fatiscenti senza mobili né finestre, aie di terra battuta, strade impercorribili, mercati affollati e caotici, negozi dove solo i ricchi vanno a comprare.

Ma in tutto ciò c’è qualcosa di magico, qualcosa che per assurdo ti porta a percepire un senso di pace, di tranquillità, di felicità. Qui si canta, si balla, ci si saluta sempre, ci si aiuta. E la cosa più importante che aleggia ovunque è il grande rispetto tra le persone.

Qui, al contrario di ciò che l’apparenza può mostrare, ovunque si percepisce in modo evidente una grande dignità umana; quella dignità che per esistere non necessita di bei vestiti, di gioielli o ricchezza. Sto parlando della dignità vera; quella basata su quella legge morale che è in ciascuno di noi e che liberamente possiamo seguire; quella dignità senza la quale non esiste la persona umana.

Alla domenica si va alla messa, si indossa il vestito più bello, si fanno ore di strada a piedi per raggiungere la chiesa, e quando le incontri sull’aia della chiesa, queste persone sprigionano un senso di dignità e di rispetto che noi “sviluppati” abbiamo dimenticato da secoli. In modo quasi provocatorio potrei dire che in alcuni momenti la mia mente è confusa e non riesce a capire bene se siano davvero loro ad aver bisogno di noi, o se, per assurdo, siamo noi che dobbiamo imparare molte cose da loro.

Per prima cosa ci insegnano che la vera dimensione umana non è la nostra ma la loro: le loro necessità, le loro priorità di vita, la loro dimensione del tempo, del denaro, dell’essere uomini e donne, sono concetti molto diversi dai nostri ma non per questo inferiori; non nego che a volte penso che la loro cultura sia pervasa da fondamenti concettuali che, sul piano umano, appaiono migliori rispetto ai nostri.

Il mio contatto con i bambini e adulti durante i miei viaggi mi ha convinto che a questi popoli manchino le opportunità per emergere, popoli pervasi da vivacità intelletiva, da fantasia, da creatività, da capacità comunicativa e di adattamento.

Una sensazione forte che provo è che, mentre le nostre società occidentali siano in fase di evidente decadenza, anche se ci vorrà ancora molto tempo (ma penso meno di quanto prevediamo) la loro cultura stia iniziando una crescita e uno sviluppo che li porterà molto in alto.

Certo il loro sviluppo è in enorme ritardo rispetto a quello delle nostre civiltà più sviluppate ma il cambiamento mondiale legato principalmente alla globalizzazione potrà essere il punto di partenza del loro sviluppo.

Durante questo viaggio sono stata presso la casa famiglia per bambini albini fondata dalle Suore della Provvidenza per l’infanzia abbandonata nella regione di Tabora in Tanzania. La situazione degli albini in questi paesi è ormai nota: i bimbi vengono rapiti e amputati quando ancora vivi perché le parti corporee amputate vengono usate come amuleti portafortuna ad esempio per i cercatori d’oro. Le bambine vengono stuprate perché si pensa che questo sia il mezzo per guarire dall’AIDS. E molte altre cose devono subire a causa di assurde credenze culturali.

La situazione sta, per fortuna, lentamente cambiando, lo stato della Tanzania, paese dove il problema degli albini è più diffuso, si sta attivando per dare loro protezione e soprattutto sta cambiando la cultura con conseguente maggiore integrazione ed accettazione delle “persone bianche tra persone nere”.

Sono bambini che vengono portati presso la casa famiglia per proteggerli o perché abbandonati dai genitori a causa del colore della loro pelle. Qui trovano una casa e tutto ciò che necessitano per una vita accettabile, ma soprattutto trovano affetto e amore da parte delle suore e da parte delle persone del paese che vogliono loro bene. Molte persone, tra cui anche ragazzi, vengono a portare doni (persone che hanno poco che donano a coloro che hanno meno) e a salutare i bambini; ciò a dimostrazione dell’ottimo inserimento sociale dei bimbi di questa casa-famiglia.

I bambini più grandi frequentano la scuola elementare non molto lontano dalla casa, mentre i più piccoli frequentano la scuola materna inaugurata lo scorso anno nell’area della casa, che viene frequentata anche da bambini del villaggio (ulteriore modo per fare integrazione). Molto c’è ancora da fare; molti sono i bambini da aiutare bianchi e neri.

Aiutare gli altri… bella frase, ma cosa significa in realtà? Me lo sono chiesto tante volte e la risposta che più mi soddisfa è la seguente: porre come base della nostra vita un sentimento spesso dimenticato denominato EMPATIA, intesa prevalentemente come condivisione delle necessità della persona che mi sta di fronte, siano esse necessità materiali ma, ancora più importanti, necessità affettive ed emotive. In quest’ottica è evidente che l’aiuto donato viene percepito come vera condivisione, la conseguenza di questo agire è rappresentata dal ricevere gratitudine, affetto, calore e carità.

E questi non sono forse altro che gli ingredienti necessari per una vera e una completa realizzazione della persona? In sintesi mi sento di affermare che la conseguenza del dare in modo empatico è quella di ricevere molto di più di ciò che si è dato.

Mi rendo conto che, come al solito, è difficile spiegare con le parole i sentimenti forti. Le grandi esperienze della vita vanno vissute; i racconti sono solo belle o brutte favole.

Grazie per avermi donato un po’ del vostro tempo… cosa preziosa!

Paola Scagnelli

Associazione Link Lab ha supportato e supporta il progetto di aiuto all'infanzia abbandonata in Africa che la Congregazione Suore della Provvidenza di Piacenza porta avanti con grande cuore. Se volete contribuire alla causa, domenica 21 luglio Pranzo benefico ore 12,30 a Lago dei Pini - Pieve di Revigozzo - Bettola. Prenotazioni: Piera Scagnelli - 380-4736800


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